Capitano, mio Capitano…

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20 ottobre 2018 di Werther Pedrazzi

Mah… Forse… Devo?

Salutare il mio primo Capitano… Dal piazzale della chiesa di Villasanta, Monza Brianza, in fondo a via Lecco, costeggiando le mura del Parco cintato più grande d’Europa, smeraldo verde che porta incastonata la Villa Reale…

Divagare… Perché non so bene cosa fare. No so se sia il caso… Salutare perché? Salutare chi non se ne andrà mai  dal tuo cuore? Pierangelo Fava, il mio primo capitano…

Mah…?

Sarà meglio, intanto, cominciare col chiedere scusa se per una volta, eccezione che conferma la regola, non potrò esimermi dallo scrivere in prima persona… I ricordi affluiscono, portano responsabilità, e non li puoi controllare o manipolare… Quindi…

Perplessità…

Molta perplessità… Infatti, per ricordare il mio primo Capitano dovrei per la prima volta ammettere che, a sedici anni e dintorni, era probabilmente impossibile trovarne uno più imbecille e testa di c… di me. Ovviamente fuori dalle carceri minorili e dai riformatori… Quello mai. Cazzate a manetta. Reati mai. Anche a distanza di tanti anni non sono mai riuscito a capire quel casino che avevo in corpo, tra i sedici e i diciotto anni…

Ma chissenefrega… Con le l’età passa anche la vergogna.

Dunque, Forti e Liberi Monza. Viale Cesare Battisti, ovvero il vialone che porta alla Villa Reale. La mia società madre. Il primo posto dove un Maestrone di sport e di vita come Pino Ribolini aveva cercato di insegnarmi qualcosa di pallacanestro (i fondamentali) che andasse oltre statura e istinto…

Ero così orgoglioso…

regicidio

Sul mio manuale di Storia (lo Spini) della Quinta Ginnasio c’era la foto di un dipinto che rappresentava il regicidio di Umberto I (29 luglio 1900)… Oddio… L’occasione era nefasta, ma nel dipinto si vedevano le magliette bianche con i cerchi neri degli atleti della Forti e Liberi che circondavano il Re…Infatti.  Gaetano Bresci sparò al sovrano che era intervenuto alla premiazione degli atleti della Forti e Liberi appena tornati dalla seconda Olimpiade moderna, che si era tenuta a Parigi… Ed io, orgogliosamente: “Vedi, le maglie della mia squadra sono anche sui libri di storia”… In effetti molto più orgoglioso del basket che dello studio…

C’erano giorni impossibili…

Quelli del compito in classe di matematica o greco… Matematica, soprattutto… In quei giorni una forza arcana mi impediva di salire lo scalone del Liceo Zucchi e mi spingeva verso le stradine del centro storico, pochi passi, ma in direzione contraria, dove, tra il Lambro e lo Spalto Maddalena, Pierangelo, il mio primo Capitano, aveva il banco dei formaggi al mercato: “Cosa fai qui, invece di essere a scuola… pirla”. Una bonarietà sincera: “Che formaggio ti piace?” . “Il gorgonzola, ma si squacchera in mano. Allora meglio il gruviera”. E lui mi tagliava una sblenga… Bellissime prime colazioni da evaso e ricercato, in fuga dai severi androni e dalla matematica…

Il mio primo Capitano e il mio secondo Difensore…

Allora, e che ne so, sarà stato il 1964/65 o giù di li… Con la prima squadra giocavano fissi tre ragazzi della formazione juniores: oltre a me e meglio di me, Giorgio (Fustinoni, playmaker aggressivo) e Antonio (Farina, semplicemente un big a Cantù e Milano)… Dai, poche balle, che con il passare del tempo si diventa tutti bravissimi: un play, un’ala e un pivot, anche se ragazzini eravamo l’ossatura della squadra… E i vecchi? Gigi, Walter, Giorgione, con capitan Fava in testa, erano tutte super persone. Ma super veramente. Che nei miei confronti dimostrarono sempre accoglienza e tolleranza. E dopo tantissimi anni, ancora, amicizia…

FL 2

(da sin a dx. in piedi: Farina, Fava (cap.), Castoldi, Ribolini (all.) Dante, Pedrazzi. accosciati: Fustinoni, Fossati, Mussi, Viganò, Casati)

Bene, in quell’anno vincemmo il nostro girone di serie D, ma per ottenere la promozione in C ancora non bastava: bisognava affrontare gli spareggi nei concentramenti “interzona”. Per noi vincitori del girone lombardo la sede designata fu Alessandria, contro Piemonte e Liguria. Era la prima volta che andavo in “ritiro” con la squadra, la prima volta per più giorni in hotel… Non stavo nella pelle… Un’eccitazione smaniosa e nefasta… Vincemmo, e anche bene,  la prima partita giocata nel pomeriggio. Una volta rientrati in albergo, in attesa della cena… E qui arrivano le cose delle quali, invece di raccontarle, dovrei vergognarmi… Ma come dicevo sopra, ormai, chissenefrega, l’età e la verità uccidono anche la vergogna…

Orbene. La facciata del nostro albergo dava su una piazza molto frequentata. Mentre il retro era affacciato su un cortile interno, dove i diversi piani dell’albergo si intrecciavano con i ballatoi esterni di appartamenti di ringhiera… La prima cosa che avevamo saputo, facendone subito leggenda di squadra, era che appena sotto al piano dove c’era la mia stanza, abitava una spogliarellista di night club, che ogni mattina stendeva ad asciugare i suoi “costumi da scena”, per ritirarli nel tardo pomeriggio, prima della nuova serata al lavoro.

Ma, dite un po’ voi, nella noia dell’attesa di ora di cena, cosa potevo fare? Se non calarmi al piano di sotto, con qualche piccolo rischio peraltro calcolato, per riportare alla squadra un prezioso trofeo: un paio di mutandine nere, tutte traforate…

Le buone intenzioni spesso non vengono apprezzate. Qualcuno doveva avermi visto nel corso dell’operazione, ed era scattata la segnalazione alla reception dell’albergo, che subito si era lamentata con il mio allenatore… Si sa, il mondo è pieno di spie… Ribolini, uomo raro, era veramente incazzato, per lui cosa rarissima… Sali in camera come una furia, cacciò fuori i due compagni che la condividevano con me, e mi chiuse dentro…

Eh no… Tutto ma la galera no…

Dovevo in qualche modo reagire… Con la porta inchiavardata mi era precluso l’accesso al corridoio che dava sul cortile interno dove la sequenza dei ballatoi avrebbero permesso, forse, ma molto forse, una via di fuga. E la finestra che dava sul marciapiede della piazza?  Esclusa. Quarto piano. Si poteva guardare solo di sotto, il brulicare del passeggio tardo pomeridiano… Ve lo do io, l’aperitivo… Con la testa (di c…) che avevo mica potevo arrendermi pacificamente. Così corsi in bagno a riempire un bicchiere d’acqua e dalla finestra incominciai ad inquadrare i possibili bersagli, calcolando il tempo che l’acqua avrebbe impiegato per raggiungerli… due… due passi prima… devo rovesciarla quando sono due passi prima del punto di impatto… Con geometrica precisione, io che in matematica e geometria “sfioravo” il 4, iniziai… l’idratazione. Dopo ogni lancio mi ritiravo immedatamente… E aspettavo che passasse qualche minuto, che si stancassero di stare con il naso all’insù… Ghignando. Ben sapendo che anche nel caso non li avessi colti direttamente in testa, gli spruzzi avrebbero fatto “ballare” i malcapitati…

Nel giro di cinque minuti la Reception dell’albergo si era riempita di “protestanti”…  Ma c’è sempre un bastardo… Quello che con pazienza si era seduto su una panchina senza staccare gli occhi dalle finestre dell’albergo. Così quando mi ripresentai per l’ennesimo lancio… Quarto piano, terza finestra…

I passi di Ribolini li sentii rimbombare fin dal corridoio, passi di carica, ben prima che infilasse la chiave nella toppa. Lo ammetto, inutile fare lo sbruffone, mi stavo cagando addosso… Quando la porta si aprì, Ribola era rosso come un diavolo, aveva duemila lire in mano che sbatte sul tavolino: “Fuori dai coglioni. No ti voglio più vedere. Prenditi un treno…”.

 Ma dietro di lui, lo aveva seguito come un’ombra, c’era il presidente Baldoni, e l’ho sentito benissimo:

No Pino. Non puoi. Non possiamo. E’ minorenne. Noi lo abbiamo portato qui e noi lo dobbiamo riportare a casa”.

“Va bene. Ma non lo voglio più vedere!”.

Pieralberto Baldoni, che persona! Il mio primo difensore, cronologicamente. Stella d’oro del Coni. Per 40 anni presidente della Forti e Liberi, e per il resto della sua vita Presidente onorario. Se ne è andato anche lui, nel 2011, colto da malore mentre era al Comune di Monza a perorare la causa della sua Forti e Liberi che non navigava più in buone acque. Ah… Fossi stato diverso… Con tutte le persone splendide che ho incontrato…

Comunque, ero fuori squadra e quella sera, per mia scelta o per stupido orgoglio, saltai la cena. Meglio non farsi vedere in circolazione. Il giorno dopo, naturalmente Ribolini non mi fece giocare e il presidente Baldoni mi tenne per tutto l’incontro accanto a se in tribuna. E cercava pure di rincuorarmi…

Giuro. Non ricordo il risultato. Forse perdemmo. Forse passò Torino… Ben gli sta? Mi avesse fatto giocare, con la rabbia e la voglia di riscatto che avevo in corpo, sarei stato tremendo. Ma non sarebbe stata quella severa lezione che mi avrebbe aiutato a crescere. Un po’…

Tuttavia c’’era sempre il problema del viaggio di ritorno.   

Di sicuro a Ribolini non era passata e l’ultima cosa possibile era che io riprendessi posto sulla sua Multipla. Ma aveva già pensato a tutto il Capitano: “Non preoccuparti.  Tu vieni in macchina con me”. Sulla macchina dei “vecchi” mi sentivo protetto. Che poi, vecchi non erano per niente…

Appena imboccammo l’autostrada a Tortona, Pierangelo il mio Capitano, incominciò ad inscenare la manfrina volta a sdrammatizzare ed ottenere il mio perdono.

Tirò fuori le famigerate mutandine all’origine della mia sventura – si, perché, in quanto capitano, il corpo del reato lo aveva requisito lui – e dopo averle annodate allo specchietto retrovisore incominciò ad affiancare la Multipla di Ribolini, additandole ed esibendole come trofeo della squadra, tra frizzi, lazzi, e ammiccamenti vari, fino a strappare al nostro allenatore un sorriso. Che in quel basket equivaleva al perdono.

E anche di più.

E così. Adesso…

Ho voluto andare a Villasanta per sincerarmi di persona. E’ vero, un funerale c’è stato. Ma Pierangelo Fava, il mio primo Capitano, non se n’è mai andato…

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2 thoughts on “Capitano, mio Capitano…

  1. Tany ha detto:

    Grazie Werther! A nome di tutti…

    Mi piace

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